Il nostro fine è sempre disegnato per il successo?
Nella vita, ogni azione sembra essere guidata da un obiettivo ben definito, spesso legato al concetto di successo. Lo desidera lo sportivo che vuole vincere, il professionista punta a guadagnare di più, il filantropo mira a migliorare la vita degli altri. Ma, scavando più a fondo, sorge una domanda cruciale: esiste qualcosa che facciamo senza che il nostro fine sia contagiato dall’idea di successo?
Il successo arriva al traguardo universale
Viviamo in una società che ha fatto del successo un valore centrale. Dagli ambienti lavorativi alle attività personali, l’idea di raggiungere un obiettivo tangibile rappresenta una misura di realizzazione personale. Chi pratica sport, ad esempio, può iniziare semplicemente per passione, ma presto si trova ad affrontare gare, competizioni e classifiche. Il traguardo non è più solo il piacere dell’attività fisica, ma la vittoria, il podio, il superamento degli altri. Lo stesso accade nel lavoro: raramente ci si accontenta di svolgere un compito per il solo gusto di farlo bene. L’aumento salariale, la promozione o il riconoscimento professionale diventano le motivazioni principali. Anche laddove ci aspetteremmo una maggiore purezza d’intenti, come nelle attività filantropiche, possiamo individuare tracce di questo meccanismo. Il filantropo, infatti, aiuta gli altri, ma spesso trae da questa azione un senso di soddisfazione personale o, in alcuni casi, un riconoscimento sociale.
Il confine tra passione e successo
Non c’è nulla di sbagliato nell’avere obiettivi e promuovere il successo. Anzi, il desiderio di migliorare e raggiungere traguardi è una componente essenziale della natura umana. Tuttavia, ciò che è interessante analizzare è se esistono scelte o azioni che non sono influenzate da questa logica. Ad esempio, esiste un amore disinteressato per un’attività, qualcosa che facciamo senza aspettarci nulla in cambio? Pensiamo a chi dipinge per il piacere di vedere i colori prendere forma su una tela, senza nessuna intenzione di esporre il quadro o venderlo. Oppure a chi suona uno strumento musicale da solo, senza mai registrare un album o esibirsi davanti ad un pubblico.
Esempi
Questi esempi rappresentano momenti in cui il bene sembra non essere contaminato dall’idea di successo. Eppure, perfino in questi casi, possiamo chiederci: non è forse il senso di benessere personale, di appagamento intimo, una forma di “successo” interiore? In altre parole, anche quando non cerchiamo riconoscimenti esterni, non stiamo comunque perseguendo un fine legato ad un risultato che ci faccia sentire bene con noi stessi?
Il dilemma del filantropo
Un caso interessante è quello del filantropo. Chi si dedica ad aiutare il prossimo spesso è visto come l’esempio di altruismo puro. Tuttavia, possiamo chiederci se dietro a questo gesto non si nasconda un desiderio di successo personale, o un obiettivo seppur di natura diversa. Aiutare gli altri può dare un senso di significato alla propria vita, una soddisfazione che diventa il “premio” per le proprie azioni. È una forma di successo che non si misura in denaro o trofei, ma in valori morali e nel senso di appartenenza a qualcosa di più grande. Questo porta ad una riflessione più profonda: anche le azioni più nobili possono essere guidate da un bisogno di realizzazione individuale, che a sua volta si lega al concetto di successo.
Esiste un fine puro, libero dal successo?
Alla luce di queste considerazioni, sembra difficile immaginare un’azione completamente privata di un legame con il successo, inteso nelle sue molteplici forme. Tuttavia, c’è una dimensione che potrebbe avvicinarsi a questa idea: la spontaneità. Quando agiamo senza premeditazione, senza un piano od un obiettivo preciso, potresti trovarci più vicini a un bel “puro”. Pensiamo a un gesto di gentilezza improvviso, come aiutare uno sconosciuto che ha bisogno di aiuto in strada, senza aspettarci nulla in cambio. In questi momenti, l’azione sembra essere guidata solo dall’istinto e dalla connessione umana, lontana dall’idea di successo. Anche una risata condivisa con amici, un momento di gioco con un bambino o una passeggiata nella natura possono rappresentare atti che non mirano ad un fine concreto. Vissuti in modo autentico, questi istanti si avvicinano a ciò che potremmo definire “libertà dal successo”.
Conclusione
In definitiva, il nostro fine sembra essere quasi sempre influenzato, in qualche misura, dall’idea di successo. Che si tratti di un successo esteriore, come una vittoria od un guadagno, o di un successo interiore, come la soddisfazione personale o il senso di significato, è difficile immaginare azioni completamente immuni da questa dinamica. Tuttavia, non dobbiamo vedere il successo come qualcosa di negativo o corrotto. Forse, la vera sfida è imparare a riconoscere i diversi tipi di successo ed a dare valore anche a quelli più intimi e spontanei, che non richiedono applausi o medaglie. In questo modo, possiamo vivere ogni azione in modo autentico, trovando equilibrio tra il desiderio di miglioramento e la gioia del momento presente.